Abbattiamo muri e costruiamo ponti

«Nessuno ha intenzione di costruire un muro». Queste le proverbiali “ultime parole famose” pronunciate da Walter Ulbricht, Presidente del consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), durante una conferenza stampa del 15 giugno 1961.

Eppure, appena due mesi dopo, nella notte tra il 12 e il 13 agosto, il regime comunista iniziò la costruzione di una barriera che per i successivi 28 anni avrebbe separato fisicamente e ideologicamente la città di Berlino. Così come già da tempo la lunga linea di confine nota come “cortina di ferro” separava i paesi sotto influenza sovietica da quelli dell’orbita occidentale.
Poi la caduta.
Le prime notizie da Berlino arrivarono nelle nostre case all’ora di cena, con i telegiornali della sera: allora le informazioni non viaggiavano sugli smartphone, che adesso tutti teniamo in tasca o comunque a portata di mano.

Così – il 9 novembre 1989 – anche la gente comune poté seguire in tv, tra la cucina e il salotto, un evento straordinario che “tagliò” la storia dell’Europa e del mondo.

Ricordando i lunghi anni del confronto Est-Ovest (con rischio nucleare), quella sera e quella notte ci siamo sentiti tutti “berlinesi”, condividendo la dichiarazione di John F. Kennedy, pronunciata nel giugno 1963 proprio sotto il Muro: «Ich bin ein Berliner».

Tutti i tedeschi, potettero così vedere la Porta di Brandeburgo circondata da pattuglie armate, cavalli di Frisia e dal Muro, che da lontano gli era sempre sembrata gigantesca, non più minacciosa e non più l’entrata e l’uscita fra due mondi diversi.

La Berlino interessante era anche felice, a Ovest come a Est: se non nella memoria, non c’erano più segni di dove finisse l’uno e incominciasse l’altro.

Era la dimostrazione della relatività dei muri: anche quelli scritti con la maiuscola.
Ma la storia del muro di Berlino non è solo la storia della Germania. Per affrontare i rischi del futuro, anche dopo più di trent’anni, bisogna prendere coscienza che ci sono ancora troppi. Anche da noi. Non di cemento come quello che divideva la Capitale tedesca e l’Europa durante la Guerra Fredda. Ma un Muro altrettanto efficace e pervasivo, un Muro di specchi, che ha impedito di “vedere” i contorni effettivi di alcuni tornanti della nostra storia del Secondo Dopoguerra.

Barriere sorte e che continuano a sorgere in questi anni: il muro che divide il mondo ricco da quello che ha fame; il muro dell’egoismo e del nuovo razzismo contro migranti e diversi; quello dell’ignoranza e della violenza dell’estremismo islamico; quello delle nostre paure e delle minacce reali; dell’egoismo e della disperazione. Barriere elettroniche e fossati nei deserti, telecamere nelle città, satelliti spia nello spazio.

Per questo la caduta del muro di Berlino va ricordato come la forza indomabile di volgere le cose al bene.
E va attuata ancora. Per tutti i muri da abbattere e per i molti ponti da costruire.