Antonio Pennacchi e il romanzo più complicato: il coraggio di essere se stessi

Quando ho aperto questo blog, l’ho fatto per la mia città. L’ ho fatto per raccontarla, perché la potessero raccontare e si raccontasse.
Ieri ci ha lasciato il premio strega, lo scrittore e l’uomo Antonio Pennacchi.

Dobbiamo ad Antonio Pennacchi molte cose, i suoi libri, certo, ma soprattutto la sua biografia inimitabile di espulso da ogni parrocchia sindacale, politica, letteraria, in nome della fedeltà a se stesso e alle sue idee.
Il suo rifiuto istintivo, non calcolato, verso ogni obbligata piacioneria.

Un avventuroso irregolare del linguaggio, della politica e dei sentimenti, ma a cui va dato il plauso di aver saputo raccontare la città, i suoi volti, la sua storia, le sue sfaccettature amandola al punto da non sopportarne i cambiamenti e le contraddizioni, da preferirla indisciplinata che sottomessa, altruista, piena. Viva.

Difficilmente chi in passato ha fatto politica come me, non può ricordare che Pennacchi alla stessa politica, a quella locale in particolare, lanciava invettive e provocazioni mai banali che erano, condivise o meno, fonte di riflessione per tutti.

La morte di Antonio Pennacchi porta via una voce che ha saputo raccontare come nessuno la storia di Latina e della sua gente, della sua comunità.
Una voce che ogni città dovrebbe avere.

La fede in un modo di fare politica diverso, la fede in un mondo diverso, la fede in quel grande concetto che ripeteva sempre che è “La storia è un fatto collettivo. Non si fa da sola, la facciamo tutti assieme. E ognuno deve fare la sua parte.”

A dispetto dello scorrere del tempo. Oltre le proprie appartenenze. Con i valori saldi.