Femministe, veline, casalinghe, insegnanti, imprenditrici, tutte donne che lavorano e resistono alla fatica e ai luoghi comuni, che si trovano a vivere in un paese che grazie alla loro fatica, e alla mancanza di servizi per le donne e le famiglie, “tira a campare” da decenni.
Donne che amate o no, hanno paura quando leggono che in meno di un mese ci sono stati nove omicidi a carico di maschi che odiano l’amore.
I “maschi che odiano l’amore” forse non spuntano come funghi ed esistono ancora una volta dati, cifre, fatti che varrebbe la pena di citare invece di toccare la tastiera e scrivere o aprire la bocca e dire le prime cose che passano per la mente tanto per sentirsi fuori dal coro.
Perché le false certezze sono abiti del pensiero che si tramandano principalmente attraverso la comunicazione e la narrazione e possono assumere, nel tempo, la forma di verità incontrovertibili.
La falsa certezza non è un’opinione affidata ad un immaginario costruito senza responsabilità e puramente acritico; la falsità è piuttosto frutto di una manipolazione costante che, in questo specifico caso, viene giocata sul corpo e sull’anima delle donne.
“L’ho uccisa perché l’amavo” (falso!).
Nel 2021 le donne uccise in Italia sono già cento otto. Tenerne il conto significa avventurarsi tra i pochissimi dati a disposizione giacché nel nostro paese non esiste un osservatorio che vigili sulla violenza contro le donne.
Di numeri non si parla come elenchi muti ma come altrettante storie distinte e irripetibili di chi è morta.
Il femminicidio non è ascrivibile principalmente ad uno status di indigenza o arretratezza culturale: a morire sono donne che hanno detto “no”. Che hanno cioè posto il proprio rifiuto a qualcosa che non desideravano più. In questo senso, il femminicidio è la risposta violenta alla libertà femminile. La violenza del potere per reprimere e punire chi pratica l’abbandono o il tradimento, o molto più semplicemente, decide di intraprendere un’altro percorso di vita.
Per questo credo che bisogna ricominciare o cominciare seriamente con le spiegazioni sul termine femminicidio e sulla sua origine. Senza sentir dire “suona male” ed “è antiestetico”. Bisogna sottoporre numeri e statistiche a chi non sa leggerle e nega che esista una questione che chiama in causa le relazioni fra uomini e donne, e la terribile fragilità di quelle relazioni.
Occorre smetterla con “anche le donne sono violente” (se anche fosse vero cosa c’entra?), e smetterla anche con “tutti gli uomini sono violenti” (non è vero, e soprattutto non può comunque essere consolante). Bisogna che donne e uomini smettano di dire “io non sono così” e “io non farei così”, senza pensare che non si parla della loro vita, non del loro “io” ma di un “noi”, il solito maledetto, dimenticato ”noi”.
Se una ragazzina di 16 anni viene ammazzata, non possiamo, invece di piangere tutti i sogni che non sognerà più, lavarci l’anima gridando “ammazzate lui”.
Va cambiata la volontà politica sull’argomento, la cultura intera, la cultura della vittima, del carnefice, dell’educazione sessuale nelle scuole.
Bisogna smettere di vedere la cenere che ci impedisce di guardare e restare immobili sotto un cielo nero (o rosso) senza fare altro che dichiarare la nostra impotenza, e su quella dividerci ancora una inutile volta.