Nei piccoli paesini il medico di base deve rimanere

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede 7 miliardi di euro a disposizione nell’ambito degli interventi della misura 6 che toccano proprio l’area dell’assistenza e della sanità territoriale: in programma, fra le altre cose, c’è appunto la creazione di 1.288 case della comunità entro la metà del 2026 (200 milioni l’investimento per questa misura). Si tratta di punti unici di accesso alle prestazioni sanitarie, in cui saranno attivi team multidisciplinari (medici di medicina generale, pediatri, assistenti sociali). Potranno essere strutture già esistenti o realizzate ex novo.

Queste strutture sono modelli di integrazione delle prestazioni sanitarie.

Integrazione appunto. Ovvero per la loro creazione nessun piano se non quello personale della regione chiedeva la chiusura di ospedali o pronto soccorsi.

Una regione che in un documento addossa le principali responsabilità della gestione critica del Covid ai medici di medicina generale, e non sottolinea invece come questi si sono sacrificati, facendosi carico con senso di responsabilità di garantire l’assistenza ai cittadini in un contesto organizzativo e logistico condizionato da anni di disinvestimento sul sistema salute del nostro paese e in particolare sulle cure territoriali. La questione medica è sotto gli occhi di chiunque ma il PNRR non investe sui professionisti, bensì esclusivamente sulle strutture edilizie.

Occorre inoltre valutare bene cosa comporterà la presenza di queste case di comunità rispetto ai medici di famiglia.

Non deve succedere che interi territori restino sprovvisti di un’assistenza sanitaria, nei piccoli paesini il medico di base deve rimanere. Non si può pensare che un anziano si muova e faccia kilometri anche per questo. Il paesino dell’entroterra non può vedersi il proprio medico fiduciario confluito nella casa di comunità magari a 30 km, bisogna che egli resti, e che allo stesso vengano fornite le condizioni affinché possa lavorare come tutti gli altri, e possa poi mettersi in contatto con la Casa di Comunità attraverso la telemedicina. Servono collegamenti informatizzati sul territorio e serve inoltre il fascicolo unico dei vari pazienti, che può tornare molto utile nel caso in cui una persona non venga curata dal proprio medico di base. Così come Cairo Montenotte non può rimanere senza un pronto soccorso arrivo h24!

E per Cairo quello di cui si continua a parlare è di strutture edilizie, ma non del servizio. Che è stato tolto dalla pandemia. È un approccio fondamentalmente sbagliato.

Le Case di Comunità possono rappresentare indubbiamente un’ulteriore opportunità solo se realizzeranno un’offerta assistenziale integrativa e non sostitutiva nel sistema attuale delle cure territoriali, di ospedale e di pronto soccorso, opportunità che solo in questo modo sarà di potenziamento come sembra dichiarare politicamente l’investimento del PNRR.