L’Italia aveva bisogno di meraviglia, solidarietà e forza e queste Olimpiadi le hanno portate. Si sono concluse, insieme al maglione di Tom Daley (anche gli inglesi hanno i loro ori), così belle da non sembrare vere.
Mi torna in mente il motto olimpico – “Citius, altius, fortius” – non è un incitamento alla supremazia di una nazione sull’altra, di un popolo su un altro popolo, e nemmeno all’esclusione dei più deboli e dei meno tutelati; piuttosto rappresenta la sfida a cui siamo chiamati tutti, non solo gli atleti: quella di assumere la fatica, il sacrificio, per raggiungere le mete importanti della vita, accettando i propri limiti senza lasciarsi bloccare da essi ma cercando di superarsi.
10 ori, 10 argenti, 20 bronzi. Mai così bravi.
Questa meravigliosa Italia che vince è quella meno nota ma più “popolare”, quella degli sport meno illuminati dai riflettori, e quella delle storie di riscatto. Storie di persone. Storie normali di atleti straordinari. E chi li dimenticherà più quei minuti in cui il mondo dell’atletica leggera è diventato splendidamente il nostro?
L’insegnamento di quanto conta il rispetto delle fragilità, di quanto sia indispensabile non usare impropriamente il termine fallimento, e la bellezza dell’Unione, dell’essere uno ma anche squadra.
La vicinanza dell’altro che ti fa sentire protetto, sostenuto e capace di fare cose che da soli ci sarebbero impossibili. Basta pensare ai quattro ciclisti che ci hanno incantato.
In un gruppo di ciclisti chi è più forte tira e così facendo si allena per diventare ancora più forte; chi non ce la fa più si fa dare il cambio da qualcun altro, senza che la sua velocità media diminuisca; chi è meno allenato o ha una forma fisica non ottimale sta a ruota, avendo così l’opportunità, giro dopo giro, di allenarsi e migliorare. Si arriva alla fine del giro tutti insieme: la media è la stessa e ciascuno ha avuto dal gruppo il massimo vantaggio.
Questa immagine è meravigliosa. E’ tutto quello che vorrei avessero e sentissero i giovani negli ambienti scolastici, gli anziani che qualcuno non fa più sentire al passo, e ciascuno di noi. Nessun senso di solitudine, abbandono, denigrazione.
Le Olimpiadi come lo sport, dimostrano sempre che è possibile dare vita a un “popolo”. Un popolo pacifico e utopista, desideroso di ritrovarsi e di imparare, pronto alle scoperte e portatore di allegria. Un popolo che quando si ritrova inchiodato a tifare davanti ad uno schermo si ricompatta nelle proprie disunioni e nei propri rancori, e guarda, ascolta e impara, aprendosi alla bellezza della cultura dello sport, che si propaga nell’aria, tra le case, che si intrufola nelle cucine e arriva perfino nelle stanze da bagno.
Perché è così che si spezza l’ignoranza essenziale che rende deboli molte persone, una generazione dopo l’altra … a prescindere dalla forza di sollevare pesi.
La volontà di sentirsi parte e grati di quello che con dedizione, impegno e fatica qualcuno ha costruito anche per noi.
La storia, anche la nostra … senza per forza trovare un modo per infeltrire i maglioni.