Ho cercato di seguire un pò il rumore intorno a “Squid Game”. E ammetto che mi sono venuti in mente una miriade di cartoni censurati o criticati fino all’estremo.
Ho sorriso persino ricordando quella visione che fu data dei Teletubbies!
Ho sempre pensato che prima di combatterli, i prodotti dell’immaginario dovevamo provare a capirli per trarne giovamento per noi, per i nostri figli e per tutte le giovani persone.
Quello su cui gioca la serie, trasformandolo in oggetto di trattativa, è l’idea di cosa ci sia nel fondo del cuore umano. La risposta implicita che dà (senza forse rendersene conto) è che l’uomo sia intrinsecamente “cattivo”, egoista, cinico, persino crudele. Come se l’istinto di sopravvivenza fosse tutt’uno con una latente capacità di uccidere.
E ancora peggio vi è il fatto che i giochi mortali a cui partecipano i concorrenti di “Squid Game” siano giochi per bambini, come se fosse accettabile l’idea che non esista nessuna innocenza ovvero che dietro la competitività dei bambini si celi un possibile istinto assassino comune a tutti.
“Squid Game” è una serie di fantasia che fugge da quel concetto fiabesco e meraviglioso che dovrebbe portare con sè la fantasia stessa.
Questa serie ambisce ad essere una metafora della nostra società, ma essendo a sua volta un prodotto di questa, ci dice qualcosa a un livello più profondo di quello intenzionale.
In “Squid Game” non esiste alternativa, il protagonista – come da tradizione – prevale, e lo fa, in teoria, senza sporcarsi le mani. Ciò non può essere consolante tanto più con il rischio di una possibile deresponsabilizzazione dell’orrore. Infatti, la moralità sociale dipende dalla capacità dell’individuo di prendere decisioni responsabili, di fare la scelta fondamentale tra il giusto e l’ingiusto; qui è l’essenza stessa della persona.
In questa serie TV ovviamente ciò non avviene per nulla; per dieci anni l’idea di “Squid Game”, la serie, è stata rifiutata dai produttori, mentre oggi è diventata un successo planetario. Forse la risposta alberga in tutte quelle cose che, nel frattempo, abbiamo accettato passivamente.
Il successo di “Squid Game” si spiega con la sua ambiguità, il continuo oscillare tra indignazione morale nei confronti della violenza sociale e fisica rappresentata e l’accettazione passiva dei suoi protagonisti senza alternativa.
Il rischio è che tale visione coincida con il modo in cui noi stessi interpretiamo gli orrori di cui quotidianamente veniamo a conoscenza.
Dobbiamo invece sapere che di fronte agli orrori la risposta non può essere quella di “Squid Game” , perché ognuno di questi orrori, che nella vita reale esiste, come pagare delle milizie armate per torturare degli immigrati, morire di cancro per andare a lavorare, morire a causa di un macchinario manomesso per fare più profitto, non può portarci a essere spettatori complici, ma piuttosto protagonisti nel distinguere il giusto dall’ingiusto, così da raccontarlo ai nostri figli e renderli migliori e sicuri di voler vincere un gioco solo: quello del rispetto.